Pubblicato da: M.E. | 20 novembre 2009

Tornare a vivere a contatto con la Natura

Vanno di moda i reality, vanno di moda le gare a resistenza. L’ultima proposta è quella relativa al “desiderio di tornare a vivere a contatto con la natura e lasciare tutto alle spalle”.

Infatti è vero che ogni giorno di più sentiamo aumentare il disagio esistenziale e la sofferenza psichica, ma continuiamo a pensare che – così come ci ha insegnato la psicanalisi, tutto ciò riguardi solo l’individuo e sia dovuto a remoti traumi infantili o a conflitti personali.

Ma siamo proprio sicuri che ciò non dipenda anche dalla nostra stessa visione del mondo, incentrata e dominata com’è dalla separazione tra io e mondo esterno, tra il nostro Io e quello degli altri ?

E’ la ricerca dell’ ARMONIA. Ogni essere umano ha una dimensione propria e personale in cui si sente in una specie di stato di grazia e entra in armonia con il Tutto.

Non ha niente a che fare con la ricerca della felicità personale anche se poi si esprime attraverso di essa. E’ molto più simile al lasciarsi andare. Al ritorno alle proprie origini, al ritorno al proprio Io. Fare soltanto quello che ci fa stare bene: che nella vita di ogni giorno è ormai quasi impossibile.

Significa vivere rapporti significativi con le altre persone, rapporti che danno molto, che arricchiscono interiormente.

E’ la riscoperta del NOSTRO MONDO ARMONICO.

Come lo vedresti tu il tuo ?

Sarebbe curioso scoprire se questo mondo armonico è alla fine veramente uguale per tutti oppure se per ciascuno di noi è unico e irripetibile ?

Sarebbe curioso sapere se questo mondo armonico può esistere soltanto in un sogno e nei nostri desideri o se è veramente fattibile, concretizzabile nella vita reale ?

Se avessimo il potere, la possibilità di poterlo realizzare ?

Come lo rappresenteremmo ?

Una donna, che conosco da molti anni, mi parla di sé in questo modo:

“Mi diverte l’idea, nel senso che mi viene quasi da ridere a ripensarci, di alcune assistenti sociali che tentano di psicanalizzarmi quando in realtà non fanno altro che giudicarmi senza conoscermi affatto.

Nella mia vita ho ormai raggiunto un grado di sofferenza tale (la sofferenza è sempre una forma di autopurificazione) e quindi di conoscenza del dolore, da avere un mondo interiore molto simile a quella di una persona che ha vissuto in un lager nazista, riuscendo a uscirne ancora in vita. Sono una superstite e vivo la mia vita come tale.

Avrei dovute morire già tante volte ma sono ancora qui. Non merito di esserci e non merito quindi neppure di essere felice. E non perché sia io di principio a pensare questo ma sono state proprio le vicissitudini della vita (la loro qualità) a farmelo credere.

Dopo aver ingoiato tanto, a volte mi sento inselvatichita, la rabbia e l’indifferenza creano uno strano miscuglio dentro di me, sono qui solo in via provvisoria. Vivo con gli altri un rapporto ondulatorio, simile alle maree del mare. Dentro di me mi ribello fermamente a questo sistema di vita ma poi cerco di sopravvivere e adeguarmi anch’io. Molto probabilmente mi sento ancora un’outsider. Incapace di realizzare me stessa e di credere in me. Ho creato una sorta di ibrido. E’ vero che sono una ragazza molto intelligente, per certi versi quasi geniale, ma sono in pochissimi ad accorgersene, la maggior parte della gente pensa che io sia leggermente ritardata.”

Quando si guardano gli altri e non ci si accorge del loro mondo interiore può capitare di avere di loro una visione così distorta e lontana dalla realtà da giudicarli come cattive persone oppure semplici perdenti anche se sono delle persone – che conoscendole un pochino meglio –che si rivelano meravigliose. Capita per esempio con le persone molto timide, con un alto senso del pudore. Penso alle persone timide che per superare la paura diventano aggressive. Capita a quei milioni di persone che per sopravvivere a questo mondo indossano una maschera (o più maschere) per proteggersi.

L’ideale sarebbe vivere in un mondo dove tutti hanno smesso di giudicare gli altri e pensano solo a migliorare se stessi come individui.

Terzani diceva spesso che “il diverso non deve essere cancellato”.

“Perché solo se ci esponiamo a qualcosa di completamente diverso, di radicalmente altro da noi, potremo mantenere viva in noi stessi la capacità di elaborare nuove visioni, nuove soluzioni a problemi che sono propriamente nostri.”

Quindi il sentirsi diversi (almeno da questo punto di vista) porta ad almeno un vantaggio: quello di essere capaci di elaborare nuove visioni, nuove soluzioni ai problemi. Dite di no ? Che non è quello il senso principale di quella frase ? Forse il mio sentirsi diversi ha bisogno di una spiegazione ulteriore.

Sempre prendendo spunto dai racconti della donna di cui vi parlavo prima, ella mi diceva anche che:

 “Il mio sentirmi diversa però è diverso da come solitamente ce se lo immagina. Non mi sento diversa dagli altri perché fondamentalmente mi sento umanamente umana tanto quanto loro, con tic, debolezze, paure, manie, timori uguali a quelli di tante altre persone. Non mi sento superiore agli altri perché invece spesso mi sento inferiore. Ma detesto le critiche perché mi sembrano sempre molto ingiuste.”

Perché spesso accusiamo gli altri di cose che non hanno fatto ? Perché vediamo le cose attraverso una visione contraffatta dalla paura, della nostra realtà ? Perché le cose che ci feriscono di più sono quelle che ci appartengono più profondamente e che stentiamo a riconoscere ?

 

****segue****

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