Pubblicato da: M.E. | 25 marzo 2010

Le notti di Brever

Manfredo Manfredi

 

LE NOTTI DI BREVER

 

Luglio 1995

 

 

 

    Montagne madri, sacre scaturigini delle Forze

    pure, quando non era

    l’Uomo; donde gioiosa alla cieca tenebra sparsa

    balzò l’alba primiera

    e alle vergini valli guidando le forme dei fiumi

    scese la Primavera;

 

    Da “Alle montagne”

    di G. D’Annunzio

 

Il racconto è dedicato a una persona cara

 

Italo Calvino inizia il suo meraviglioso racconto “Dall’opaco” ricordando che un tempo se gli avessero domandato che forma ha il mondo avrebbe risposto “che è in pendenza, con dislivelli irregolari, con sporgenze e rientranze, per cui mi trovo sempre in qualche modo come su un balcone, affacciato ad una balaustra, e vedo ciò che il mondo contiene disporsi alla destra e alla sinistra a diverse distanze, su altri balconi o palchi di teatro soprastanti o sottostanti, d’un teatro il cui proscenio s’apre sul vuoto …”.

Italo era probabilmente passato da Brever, di quella natura aveva segnato tutto ed il tutto lo aveva identificato nel mondo, proprio come pensava lui che “sempre l’immagine più forte s’impone su quella più anodina”.

Brever è il cuore, l’anima, il profondo di una terra selvaggia, antica, nascosta dove l’uomo calca con difficoltà il suo piede. Brever è l’opaco, “l’ubagu” del Monte Toraggio, la primagrande vetta dell’arco alpino che guarda il mare ed i monti, che ammonisce dolce e severo chi si avventura sull’irto, custode geloso delle ridotte, le fortezze degli Alpini, dei loro sentieri, dei loro bivacchi. Mi sono avvicinato a Brever curioso ed ignaro, non pensavo ai balconi, ai davanzali, alle sporgenze e alle rientranze.

Le mie Alpi, quelle Marittime, le avevo vissute tutte, c’ero venuto grande. Don Giacomo, il nostro Curato pievese, ci aveva insegnato a viverle. Upega, Camino, Viozene. Il Mongioje, il Marguareis, il rifugio della Chiusetta, il rifugio Mondovì nella Vall’Ellero. Tanti, tanti ricordi. Montagne meravigliose, cime oltre i 2.500 metri che si guardano sempre dal basso, poi raggiunta la cima tutto il panorama si estende sotto, si cammina come sul tetto del mondo. Di lassù si vede il mondo. Quante volte con uno sguardo ho unito la Corsica al Monviso, al Cervino. Quante volte nel plenilunio di agosto ho segnato con lo sguardo le sfavillanti luci di una città navigante sul mare ed i bagliori nascenti

oltre la Bisalta della capitale della Provincia Granda.

Era il primo sabato di settembre, si avvicinava 1’apertura di caccia, dovevamo esplorare il “nostro” territorio, vedere, preparare i nostri piani. Con la fatica di tutti avevamo costruito la “baracca”. Un bivacco canadese, il tutto coperto di zolle, due cuccette e nel primo angolo una vecchia stufetta di ghisa. Pierino, ricordo, l’aveva portata come uno zaino, sistemata con cura. Lo scarico col fumaiolo appollaiato su di un fianco, consente un tiraggio discreto del fumo. Dentro, la stufetta garantisce calore e fuoco da cucina.

Il bivacco era sempre durato dal mattino alla sera. Si entrava dal Passo del Corvo o si scendeva dall’Incisa, per poi alla sera risalire, qualche volta sorpresi dalle tenebre, ma sempre con la macchina ad attenderci alla colletta dei Grai o alla cisterna del monte Lega. Quel sabato con Pierino e Domenico siamo partiti con una meta precisa: il bivacco di Brever per passarvi la notte.

La giornata, come spesso a settembre accade, era limpida. Il vento di nord ovest si incaricava di tenere il cielo terso. Il sole era ancora il sole di agosto, caldo, bruciante. Il viaggio a bordo della Panda scorreva veloce e 1’arrivo al casone del Monte Lega avvenne prima di mezzogiorno.

Attendere l’ora di pranzo era come perdere del tempo. Sapevamo che le provviste che avevamo nello zaino erano sufficienti, e se anche fossimo giunti al bivacco un paio d’ore dopo mezzogiorno valeva la pena non interrompere il cammino.

Entrammo dal Passo del Corvo ed il sentiero come sempre ci doveva riservare qualche sorpresa. La prima tappa ci portò a sedere sul crinale della polveriera. La schiena al Monte Lega, tutti e tre col binocolo in mano ad osservare il pendio della seconda scala, il salto di Brever, il crinale del Pietravecchia, il campanile di Girenza, la Rocca Rotonda. Il sole ancora alto, consigliava l’ombra ad ogni essere vivente. Tutto era fermo. E a poco serviva il mettere a fuoco dei nostri binocoli, non c’erano segni di vita. Il cammino riprese rapidamente per inoltrarci nel bosco cupo che ci separava dalla prima scala. Il fianco della montagna è ripido, un terreno instabile, più si sale e più gli alberi si attaccano al suolo formando con lo stesso un angolo acuto. Le radici si scoprono in ragnatela ed il fusto degli abeti, degli ontani, delle querce è ferito dai sassi precipitanti. Basta poco, lo scorrere delle acque piovane, un vento forte, il camminare dei camosci per avviare dall’alto una valanga rotolante di terra e pietre che via via si ingrossa, si incanala dai pendii nei valloni sempre più tormentati, sempre più incombenti. Eravamo a

poche decine di metri dal rio di Nonorasca quando un piccolo branco di camosci, fermi alla confortante ombra del bosco, sono balzati in alto dando avvio ad un rumoroso percorso. Il viottolo in quel punto attraversa un canalone di detriti a terreno scoperto senza arbusti. Si procede contando solo sull’equilibrio e sull’agilità del passo. Quindici-venti metri di tragitto quasi a parete e sotto il salto verso il rio segnato da un canalone di sassi in tormentato accumulo.

Al primo rumore di pietre Pierino lancia l’allarme. Bisogna tornare rapidamente indietro e attendere che la pioggia di detriti si esaurisca.

E’ il primo avvertimento, inutilmente alziamo lo sguardo per vedere cosa accade sopra di noi. Il frastuono delle pietre che rotolano ci sorpassa, mentre rimaniamo protetti da una sporgenza di roccia e da alcuni alberi secolari. I camosci fanno sopra di noi il cammino a ritroso, tornano sui nostri passi per poi scendere a basso, oltre il nostro percorso, a placare il loro rumore.

Non tardiamo molto a raggiungere il rio e a guadagnare la prima scala. Già uscendo dal bosco l’impressione è grande nel guardare il letto precipitoso che scende dal colle della Dragorina.

Un vastissimo imbuto a cui fanno corona le prime cime del Toraggio. Massi enormi segnano il cammino delle acque torrentizie, una fiumara di norma asciutta che diventa tumultuosa ad ogni pioggia e che il continuo scavare a ponente del rio ha fatto scoprire una parete rocciosa che fa da contrafforte al grande imbuto sovrastante. Il sentiero già impervio e poco marcato nel bosco qui si ferma. Per andare oltre, l’uomo ha dovuto costruirsi artificialmente il cammino e per cinquanta metri, pietra su pietra, ha realizzato una scala. Oggi ben poco rimane, ma a sufficienza affinchè con 1’aiuto di una cordicina di acciaio alcuni anni fa sistemata in loco, sia possibile guadagnare il vertice della parete. Ed è quello che facciamo, ormai abituati a superare l’ostacolo con facilità, e giunti alla sommità ci fermiamo per la seconda sosta.

Non è la fatica che ci costringe, ma la voglia di guardare indietro, ripercorrere con le lenti binocolari il cammino fatto alla ricerca dei camosci che avevamo sentito ma non visto. La zona che avevamo attraversato si estendeva di fronte a noi, verde per la sua natura, in certi punti aspra, a colore intenso per la secolarità degli abeti. La caratteristica del luogo si distingue per una formazione geologica a strati non lineari con innumerevoli terrazzi e sporgenze.

Il rio sottostante si nascondeva al nostro sguardo nel precipizio, e dopo essersi unito molto più a valle col rio di Brever che scende dalla gola dell’Incisa, mescola le proprie acque con quelle del rio Bendola proprio di fronte al vallone di Graon, in un mare di vegetazione, di rocce, di canyon, palestra difficile per ardimentosi esploratori. Risalendo dal fondo valle i due rii, il primo quello di Nonorasca che sale alla Dragorina ed il secondo quello di Brever che sale al passo dell’Incisa, segnano sul terreno una grande v che ha il punto di incontro a fondo valle ed al vertice tutta la corona di guglie rocciose che compongono il monte Toraggio dal passo della Dragorina al passo dell’Incisa. Il territorio così delimitato costituisce la zona di Brever caratterizzata nella prima parte da un terreno coperto di alberi ed arbusti, ripide chiazze erbose, piccole e grandi pareti rocciose e nella seconda parte da un bosco secolare di abeti, di ontani, di aceri.

Le due zone sono divise da un crinale roccioso che precipita a fondo valle dopo salti e terrazzi con una parete granitica alta più di duecento metri.

Proseguiamo il cammino ora reso più facile dalla natura del terreno e dopo circa venticinque minuti arriviamo alla baracca.

Non sono ancora le 14, in tempo dunque per fare uno spuntino.

Il sole è ancora alto ed i raggi che penetrano nella valle creano giuochi di luci e di ombre che si inseguono e si perdono giù verso la Baragna e le gole di Saorge. Sopra di noi il Toraggio ed il Pietravecchia, di fronte la cima D’Anan ed il Balcone di Marta.

Più tardi il sole sarà già sceso abbastanza per privare della propria luce il fondovalle e creare il primo contrasto della sera, e mentre il Pietravecchia si erge ancora lucente di sole il buio ha già ammantato la valle.

Con la sera stanno avanzando le ombre della notte.

Intanto noi animiamo il nostro rifugio. A Domenico il compito di ricuperare dalla piccola sorgente sottostante l’acqua per i nostri usi, a Pierino quello di aprire i due sacchi di yuta che contengono coperte e sacchi a pelo e provvedere alla loro sistemazione, a me quello di preparare la cena.

Facciamo tutto in fretta perché l’ultima ora di luce la passiamo con lo sguardo dentro ai binocoli a cercare, sui pendii del passo di Alessandro e tra le querce del vallone di Brever, i “nostri” camosci. Lo sguardo non ci tradisce. Ecco un maschio meraviglioso che non perde di vista un branco, quattro femmine ed alcuni piccoli di età diversa che pigramente pascolano noncuranti della nostra presenza.

Indugiamo un po’ su questa visione, così naturale

ma anche così strana.

La tranquillità di quei camosci è una sfida al nostro ardire, è una accusa alla nostra prepotenza, è il richiamo alla nostra pretesa di essere lì come a casa nostra, ben sapendo che casa nostra non è.

Le ombre della sera stanno vincendo le ultime luci e mentre si esaurisce la nostra osservazione ecco sopra al nostro bivacco un giovane camoscio, uscito da una macchia, saltare su di un terrazzo.

“Lassù c’è il sale, dice Pierino, è lassù che domani mattina dobbiamo salire”.

Alla luce di un lume a gas consumiamo il nostro pasto serale. Di caldo c’è un po’ di latte. Il resto lo attingiamo dalle provviste: un po’ di salame, l’immancabile pomodoro, il formaggio, una pera.

Il pane è ancora fresco di giornata. Quanto è buono il suo sapore! Mai come in questi momenti si può capire che cosa è il pane, frutto della terra, sapore di sudore, fonte di vita. Oh Signore, dacci oggi il nostro pane quotidiano…

Pierino lascia il suo sgabello, riassetta il sacco a pelo nella cuccetta inferiore e dice a noi buona notte!

Domenico sgombera la mensola, un pianale di legno che quando si alza chiude il vano della finestra, quando si abbassa libera il piccolo spazio tra le cuccette e la stufetta, se si sistema in orizzontale diventa tavolo. Sistemati sui tre lati i commensali diventano spettatori attenti ad osservare attraverso il vano della finestra, 1’immenso palcoscenico della valle del Bendola.

La cuccetta superiore è per me ed ho già sistemato le coperte.

Domenico stende per terra la sua brandina, allunga il sacco a pelo, anche il suo letto è pronto. Ma il sonno non è ancora sollecitato e a Domenico manca ancora una cosa: la sigaretta. In un attimo è accesa ed aspirando profondamente la prima boccata esce a testa china dalla baracca, si ferma sulla soglia restituisce il primo fumo ed aspira ancora profondamente la seconda boccata. “Che bella notte stellata” è il suo commento.

Io ero già seduto fuori con la schiena appoggiata allo spigolo della baracca la testa a mento in su e con lo sguardo già chiamavo per nome le stelle.

A settembre il cielo è terso, le costellazioni si incastonano nel buio con una luce che non illumina ma che brilla. Ecco a nord la stella Polare apice del Carro Minore, a sud ovest il Carro Maggiore che si affianca rovesciato verso ovest.

Ecco Aldebaran l’occhio del Toro, i Gemelli Castoro e Polluce, Alcione vigile custode delle Pleiadi. Più tardi sorgerà Orione il cacciatore con Rigel, la sua stella di prima grandezza, le possenti spalle Bellatrice e Betelgeuse, al guinzaglio Sirio il cane maggiore e Procione il cane minore che da sempre inseguono la Lepre, la loro preda irraggiungibile.

Come è grande questa infinità. Il mio sguardo gira curioso nel cielo: quanto pochi sono i nomi che conosco di fronte alle miriadi di stelle, ma chi arriverà mai a conoscerle tutte?

Quando abbasso lo sguardo mi sembra di entrare “nell’Opaco rovescio del mondo”, nelle dimensioni dello spazio infinito che vanno al di là della barriera di montagne che mi circondano.

Il buio distingue le nere ombre delle montagne dal cupo azzurro del cielo, ed io seduto in mezzo a questo scenario sento il grande privilegio che mi è dato di vivere.

Domenico non è più seduto vicino. Non potendo sentire i miei pensieri si è ritirato nel riposo, non ho percepito la sua buona notte, forse lo ha fatto sottovoce per rispettare il mio silenzio, e nel silenzio cerco di penetrare il buio e ascolto.

Non avrei mai pensato che in un momento così intenso avrei vissuto le sensazioni che Calvino ha descritto nel suo racconto “Dall’opaco”: – E’ solo di notte che i rumori trovano i loro posti nel buio, misurano le loro distanze, il silenzio che si portano intorno descrive lo spazio, la lavagna del buio è segnata da punti e tratteggi sonori… prima che la spugna dell’alba impiastricci la lavagna da un angolo all’altro e alla luce del giorno non c’è più un suono che arrivi sapendo da che parte viene….-.

I rumori li sento e li distinguo tutti: il grido della civetta a cui fa eco un altro grido, il cadere di un ramo secco, il fruscio di un topolino, e poi ancora il sibilo lieve del vento che scende dall’Incisa e le foglie del pruno selvatico e dell’acero che si piegano frusciando al volere del vento.

E’ un’armonia continua come la sinfonia di Borodin che accompagna il cammino dei cammelli lungo l’orizzonte del deserto, come il canto triste delle truppe someggiate del Generale Massena che la sera del 27 aprile 1794 salivano lungo il crinale di cima D’Anan non sapendo perché e per chi andavano a morire.

Questi sono i rumori della notte, rumori di vita rumori di morte, tanti tanti rumori. Chi li potrà mai ascoltare tutti!

Eccoli i soldati di Massena. Il cielo ha perso il suo colore cupo ed il crinale della montagna si staglia nitido. Le ombre sono diventate uomini, soldati che salgono testimoni dei loro eroi. Solo domani vedrò che sono cime di alberi che spuntano oltre il crinale dal bosco che sta al di là verso la Val Roya.

La mezzanotte è vicina, sento l’umidità della notte che penetra e consiglia prudenza, forse è bene rientrare.

Nella cuccetta porto con me la gioia del riposo e la preghiera a Don Bosco. Domani la sveglia ce la darà il canto del forcello mentre il chiaro sole dell’alba indorerà le ferrate del Pietravecchia e l’erboso pendio del Balcone di Marta. Noi saremo ancora immersi nella cupa ombra dell’ubagu a guardare i raggi del sole dardeggiare dietro le guglie del Toraggio ed il mondo si sarà svegliato nei suoi rumori e nei suoi tormenti. Quando lasceremo la baracca sento il rischio di poter perdere qualche cosa di importante.

Ma affinchè il riposo mi aiuti ad allontanare il dubbio so che devo trovare una convincente ragione. Nel riposo la riflessione si fa più attenta e più precisa ed in me nasce il timore che la contraddizione possa compromettere quanto di eccezionale oggi ho scoperto e vissuto. Quando tornerò in Brever la mia mano sarà armata, il mio camminare sarà attento, il bosco i dirupi le sporgenze le rientranze saranno i siti della ricerca, avrò forse dimenticato i rumori, i colori, i silenzi, gli orizzonti sublimi di un mondo che si potrebbe pensare esista solo perché ci siamo noi.

Penso allora alle motivazioni della vita, come molte di esse siano dei valori nobili degni di essere vissuti, altre come possano essere considerate meno nobili, ma rimanere comunque valori purché vissuti nella dignità di uomo e nell’onestà della coscienza. Ma il pericolo di cadere in contraddizione permane se rifletto sul motivo per cui sono venuto in Brever e alle ore che ho trascorso in modo così intenso. Nasce qui la necessità di dire a tutti perché sono cacciatore, che cosa è questa passione, come la vivo: – il cacciatore che risale la mulattiera nel gerbido, s’addentra nel bosco, scavalca il dosso del monte, costeggia una conca al riparo, fa rotolare le pietre nei cespugli sperando d’alzare un volo di starne, corre giù per i prati, s’inerpica per un dirupo, cerca il passo degli uccelli di passo, cerca il ciglio oltre il quale gli s’apra la vista d’un paese senza confini, il displuvio di tutti i displuvi, il tetto del mondo, da cui sporgersi e spingere lo sguardo oltre la grande ala d’ombra, fino a scorgere una thule dalle porte dorate, una helsinki con la sua bianca piazza, citta aprica su un golfo di ghiaccio -.

Non v’è dubbio che la mia identificazione nelle parole di Calvino non si esaurisce nell’ammirazione di questo grande scrittore che non era un cacciatore e forse non amava neppure la montagna, almeno in senso alpinistico, ma che è riuscito a dare in tanti suoi scritti un significato a tutto ciò che 1’uomo fa. Ma dentro di me lievita un travaglio che mi stimola a cogliere tutti gli insegnamenti che l’Autore trasmette. In lui mi esalta il suo immedesimarsi senza perdere l’inclinazione al pessimismo ma che non trasferisce agli altri, anzi che invita alla ricerca del reale, della semplicità delle cose, del ruolo che a ciascuna persona è dato di svolgere, nel porsi come un esempio da seguire, leggi “La poubelle agréée” o una ragione per cambiare, ed il messaggio si coglie ne “Gli avanguardisti a Mentone”. Nella vita bisogna provare qualche grave accadimento per capire come possa essere grande il significato del suo insegnamento e trovare in una motivazione o in una passione, la ragione di vivere che sarà sempre più sentita se gli altri, soprattutto chi ti è più vicino, sono disposti a garantirti il loro rispetto e qualche volta anche il loro affetto.

Calvino è uno scrittore, ed un uomo, che lo ritrovi in ogni circostanza.

Tanti anni fa lo incontrai per l’ultima volta a Roma in via dei Prefetti. Abitavamo vicino. Mi disse: “Come stai?” Bene Italo fu la mia risposta. “Come va a Roma?” Bene risposi ancora. Ma solo in questa notte scopro il significato della sua domanda. Era poco che aveva scritto nel suo racconto “Autobiografia di uno spettatore”: – La provincia acquista un senso nell’essere ricordata da Roma, Roma acquista un senso nell’esserci arrivati dalla provincia…-.

Ci voleva la notte di Brever per dare un vero significato alla mia vita. Le parole di Calvino saranno il mio epitaffio, perché nella vita non bisogna aspettarsi riconoscenza, serve solo la testimonianza come quella dei soldati di Massena che in quella tormentata vigilia salivano lungo il crinale di Cima D’Anan senza sapere perché e per chi andavano a morire. I loro corpi riposano al “Cian de fosse” un cimitero senza tumuli e senza devozioni. A primavera il manto erboso si copre di fiori, i botton d’oro, gli anemoni, le viole di Valdieri, i rododendri. Fiori che non hanno profumo ma colori ardenti, meravigliosi come le divise degli eroi che riposano senza nome e senza preci aspettando il richiamo delle trombe della Valle di Josafat.

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