Pubblicato da: M.E. | 25 maggio 2010

“Non mi hai mai amata!” – L’amore non corrisposto di una figlia per sua madre

Già vivevo nella tensione, mentre guardavo la tua schiena muoversi quando sfregavi con la pezza di metallo la padella bruciacchiata. Ti odiavo, ti odiavo con tutta me stessa, stavo asciugando le posate e in quel preciso istante mi capitò tra le mani un coltellaccio enorme che tu usavi per tagliare la carne. Lo guardai e un pensiero folle mi attraversò la mente, lo strinsi forte fino a che le nocche della mano diventarono bianche, mi girai piano piano, alzando lentamente il braccio, ancora mi davi alle spalle mentre continuavi a criticare, a giudicare, a denigrarmi, a ridurmi in poltiglia, a massacrarmi l’anima….avrei voluto colpire, affondare la lama nella tua carne, sentirti urlare, ma non lo feci, rassegnata finì di asciugare, posai il coltello nel cassetto della credenza e mi chiusi in camera. Avevo tredici anni allora, chi non ha odiato la propria madre a quella età ? Quel momento, che avrebbe potuto cambiare tutta la mia vita, è rimasto impresso nella mente come una fotografia. E’ stato forse l’unico istante di quel nostro rapporto burrascoso più vicino alla verità di quanto mi sia stato possibile esprimere.

Gli strambi riesco a capirli meglio delle persone cosiddette “normali”.  Ecco perché qualcuno pensa che nella mia vita ho sempre cercato di frequentare i pazzi. Pazzi dichiarati tali dalla gente, per quello che fanno od hanno fatto in passato e non dichiarati tali dalla medicina ufficiale (vedi psicologi o psichiatri). Le classiche persone che di solito le brave ragazze beneducate cercano di evitare perché non portano a niente di costruttivo o di utile.

Non li ho mai evitati è vero, forse li ho anche inconsciamente cercati e voluti, non tanto perché ne avessi effettivamente bisogno ma semplicemente perché era il tipo di persona che riuscivo a comprendere meglio, quelle che tutto sommato a livello emotivo mi facevano meno paura perché le conoscevo e inquadravo già.

La psichiatria per decenni in passato si è basata su determinati studi e aveva determinate convinzioni in fatto di terapia, poi gli stessi addetti si sono resi conto di quanto sbagliavano ed hanno convinto le istituzioni e le persone “normali” ad abolire i manicomi (credo che le istituzioni si siano lasciate convincere soprattutto per un fatto di convenienza economica e politica, poiché mantenere attive certe strutture ad uno stato umanamente vivibile, costavano troppo e piuttosto conveniva loro eliminarli). Le persone comuni vedendo le immagini dei vecchi manicomi alla televisione e realizzando che per anni vi avevano rinchiuso di tutto, compresi sordomuti, bimbi ripudiati, gay, portatori di handicap e chiunque fosse solo un tantino un po’ diverso, inorridivano al pensiero di aver tacitamente ammesso questa specie di moderni lager e aver nascosto tali orrori con il benestare della loro beneamata società.

Chi ne faceva le spese poi però erano i familiari delle vittime che si vedevano recapitare a casa dei corpi disfatti dei loro cari governati da menti ormai irrecuperabili, senza alcun sostegno.

E apro qui una parentesi ancor più personale per arrivare al collegamento fra i due argomenti apparentemente così diversi tra di loro. L’odio per mia madre.

Chiariamo le cose: io amo molto mia madre.

Ce l’ho con lei per diversi motivi questo è vero, ma questo non significa che io la odi o la detesti. Anzi per certi versi la ammiro molto e le voglio molto bene. Ma ho imparato a distinguere e non faccio di tutta l’erba un fascio. Forse lo farò dopo che l’avrò perduta, ma ora, intanto che è ancora in vita cerco di vederla molto chiaramente.

Per mio padre invece nutro disprezzo, misto a rimpianto per ciò che non ho avuto. Non posso odiare neanche lui, nonostante tutto il male che mi ha fatto. Una parte di me prova pena, molta pena per lui.

E’ un essere misero, distrutto, forse anche meschino. Disprezzo la sua parte vigile, quella che mente. L’altra parte di lui, anche se immensamente schifosa, è quella di un uomo ridotto a una larva, a un corpo senz’anima, in cui lo spirito è morto. E’ un uomo dalla voce atona, che sembra voglia convincere ma non ha sentimento, in realtà la sua voce è più una minaccia, una promessa di crudeltà. E’ un uomo dallo sguardo vitreo, totalmente fuori di se’, con globi oculari molto sporgenti ed occhi iniettati di sangue. Le sue mani sono delle morse, delle tenaglie, prigioni dalle quali non si può scappare.

Le mani, lo sguardo, la voce che da suadente si fa minacciosa. “Guai a te se parli, se osi solo aprire bocca farò del male e ucciderò anche tua madre e le tue sorelle. E tu resterai sola…”  Sola con lui, lui che ha la patria potestà su di me e che può fare di me quello che vuole.

Ritorniamo al presente, alle mie sorelle, a mia madre, all’uomo che mi sta accanto e che mi esortano a dimenticare queste cose, a non riparlarne mai più. La scusa è che ricordare mi fa star male, in realtà pensano più a loro stessi, al fastidio che provano, e tutto sommato neanche mi credono, visto che con quell’essere che è mio padre hanno ancora a che fare, egli frequenta e porta a spasso i loro figli, le loro figlie.  Sereno e impunito per tutta la vita. Mentre io rivivo questo inferno giorno dopo giorno.

La mia preoccupazione a loro sembra paranoia. Già fino al giorno in cui, forse, scopriranno che avevo ragione e poi mi daranno addosso perché ho taciuto per tutti questi anni. Io non ho taciuto, semplicemente non avete mai voluto ascoltarmi. Non avete voluto ascoltarmi perché vi faceva comodo così. Non è colpa mia se per ricordare tutto ho dovuto sottopormi all’ipnosi e se mi ci sono voluti 37 anni per rendermi conto di quanto mi era successo. Voi ricordate solo che ero strana, chiusa in me stessa, ma neanche una volta vi siete chiesti “perché ?”

E’ molto più facile pensare che io oggi menta, che mi sia inventata tutto, che la mia sia soltanto una forma di megalomania, di desiderio di essere al centro dell’attenzione o di voler essere compatita, sono tutte cose che mi avete detto….L’importante è che in un modo o nell’altro sia sempre e solo colpa mia. E’ molto più facile che non mettersi in discussione e rivedere l’immagine distorta che si sono fatte di me. E’ una forma di omertà familiare, tutti contro la vittima, dichiarandola “bugiarda” per far tacere i sensi di colpa.

Di solito queste faccende si chiariscono, quando la figlia denuncia il padre e lo porta in tribunale. Io non posso fare neanche questo. E’ passato troppo tempo ormai, non ho prove di nessun tipo, solo la mia parola contro la sua. E in più nessuno mi crede, tranne forse la psicologa che mi ha sottoposto a terapia e alcuni cari amici e amiche. Ho chiesto consulenza ad un avvocato. E’ trascorso troppo tempo, è successo in un altro Stato ed è continuato nel silenzio, non è facile dimostrarlo, anche se ancora oggi ne porto le conseguenze a livello fisico e psicologico.

Come ho detto lui va avanti nella sua vita sereno ed impunito, mentre io rivivo questo inferno giorno dopo giorno. Non mi restava che una cosa da fare, scriverne, sviscerare tutto, anche se ogni singola parola mi costa, mi fa star male, mi attorciglia le viscere, mi fa venir voglia di vomitare. Voglio liberarmi almeno di questo odio che nutro per me stessa, di questo senso di sporcizia, di tutti i miei blocchi sessuali, mentali e sentimentali che rivivo in ogni storia che ho avuto come una catena pesante che non si spezza.

Dicono che a volte io faccia paura; ma ora comprendo che non sono io a fare paura, ciò di cui hanno paura è quello che io rappresento. Forse sentono il rancore che mi porto dentro. Forse pensano alla rabbia, al senso di ingiustizia che trascino anno dopo anno e cova in silenzio dentro di me. Esplode alla loro minima critica. Non tollero che mi si critichi, non dopo questo. Ho tutto il diritto : per essere incazzata a morte con voi. Non potete pretendere che io sia sempre dolce e sensibile, che sia sempre disponibile e pronta ad aiutarvi; a volte proprio non ci riesco e provo odio per voi. A voi che comunque mi avete sempre lasciata sola, di una solitudine immensa che non trova pace. Sebbene mi foste accanto, mai mi avete guardata negli occhi riconoscendomi, mai mi avete amata per quella che sono, ma sempre e solo per quello che vi davo.

Io rappresento il loro fallimento come persone, come madri e come sorelle, come famiglia. Quella famiglia in cui nonostante tutto ho creduto e che per un lungo periodo di tempo ho cercato di trattenere, ricomporre e in ogni modo di far sentire come vera. Fino ad oggi, che ho deciso di lasciarla andare, di non fare più nulla che mi faccia soffrire, di non fare più cose che non facciano altro che deludermi sul loro significato, rendendomi conto di quanto egoismo e menefreghismo c’è sempre stato, giustificato prima dal bisogno di sopravvivere, ora semplicemente ingiustificabile.

Mi hanno lasciata sola con me stessa tante di quelle volte che ormai non le conto più e ovviamente loro mi rinfacciano ancora adesso le poche volte che l’ho fatto io (in quei momenti avevo problemi molto più grossi dei loro, ma loro ovviamente non ve ne avevano dato peso). Come se spettasse a me proteggerle, farle sentire sicure, provvedere a loro.

Già a quattro anni ho dovuto fare i conti con questo dualismo, questo perenne oscillare fra follia e normalità, fra crudeltà e dolcezza, fra amore e odio viscerale, fra verità e bugie, fra maschere e realtà. Quindi non sanno che ormai sono un esperta di queste cose e che non mi lascio più incantare dai loro piagnistei, così come loro non si sono mai fatti incantare dai miei, neanche quando ero piccola o avevo un motivo per piangere.

Mi considerano una specie di pecora nera e a dire il vero non so nemmeno il perché, visto che motivi obiettivi per trattarmi come tale non  ce ne sono, spero solo che privandole del mio aiuto e della mia costante disponibilità si rendano conto di quanto in passato abbia fatto per loro e sia stata loro vicina, senza mai chiedere niente in cambio se non un po’ d’amore o di considerazione. Forse seguendo l’esempio di mia madre ho sempre preferito sacrificarmi per loro e lasciarmi calpestare piuttosto che tirare fuori la rabbia e il dolore che avevo dentro.

Quindi è vero che mia madre si è sacrificata per me, ma è anche vero che molto spesso è stata crudele con me e non vedeva che mi sacrificavo tanto quanto lei, se non di più. Il mio amore non lo hai mai compreso e non lo ha mai apprezzato. Sono cresciuta come una farfalla a cui erano state precocemente spezzate le ali.

Il giorno che vedranno la persona eccezionale e nel contempo umana che hanno davanti sarà sempre troppo tardi.  A cinque anni ero già la babysitter delle mie due sorelle: una di tre anni e l’altra di uno.

Mia madre aveva altro da fare che pensare a noi, se non in termini materiali. Doveva combattere ogni giorno contro mio padre e doveva cercare di mantenersi in salute per poter lavorare, combatteva la sua guerra contro la malattia che la rendeva invalida, combatteva la sua guerra per la sopravvivenza, la guerra dei soldi che non c’erano mai, le malelingue della gente, quella contro i debiti, contro la fame. Doveva cercare di mantenersi un lavoro; inoltre era sola, all’estero, lontana dalla sua famiglia di origine, dalla sua terra, se non si considera la vicinanza della sorella e di alcune amiche.

Ho provato a considerare tutto, a considerare tutti fino in fondo. Ho cercato di capire, di comprendere. Ma l’unica persona nella mia vita che abbia fatto qualche passettino in questo senso nei miei confronti è stata mia nonna, sì proprio la madre di mio padre. peccato che sia morta di cancro quando io avevo solo 11 anni. Anni della mia redenzione, del mio primo risveglio, della mia prima vera ribellione.

Purtroppo lei non poteva mettersi contro suo figlio, non poteva proteggermi dal male. La scelta sarebbe spettata a mia madre, ma lei aveva rinunciato a farlo già molti anni prima, per paura, per debolezza, non aveva creduto in se stessa….”Che cosa faccio io da sola, con tre figlie e senza lavoro ?” “Divorzia da mio figlio, fallo e io ti aiuterò le aveva detto mia nonna, ti aiuterò io a tirare avanti le tue bambine….” ma non lo fece, non lo fece mai….

So che l’immagine complessiva che dò di me non è gradevole. Io non so essere simpatica. Mi sforzo di esserlo per qualche giorno, fintantoché non vi conosco, poi sento il bisogno di essere solo me stessa, mi stanco presto.

Sembro sgradevole perché sembro arrogante e sicura di me, in realtà sono fragilissima come una coppa di cristallo. Sembro sgradevole perché mi lamento sempre, in realtà prima non mi lamentavo mai, neanche quando avrei dovuto. La mia non è arroganza o sicurezza di me stessa, conosco a fondo certe situazioni e per prima cosa ho sviscerato me stessa in ogni angolo e continuo a farlo. Credo fortemente in certi valori e credo in Dio, meno negli uomini, tutto qui. In fondo sono una bambina in un corpo di donna, ormai quasi anziana. Emotivamente sono bloccata a quattro anni e per quanto faccia o abbia fatto, ogni dolore o delusione mi riporta a quel momento, mi fa regredire a quello stato.

Qualcuno ha ipotizzato che io sono morta dentro. Non lo sono, si sbagliano ampliamente, se lo fossi non sarei così combattiva, non avrei questa capacità di reagire alle avversità della vita, non avrei la forza d’animo che ho e che mi spinge ad andare avanti qualunque cosa succeda. Prima di morire, mia nonna ha voluto parlarmi, lasciarmi qualcosa di importante, non solo una filastrocca in ungherese, ma tracce importanti di amore….”Non mollare cara, qualunque cosa succeda, non mollare mai, vai avanti, vivi la tua vita, cerca sempre di essere felice….” seduta sulle sue ginocchia grassottelle, sotto le fronde della palma di dattero che ci aveva fatto impiantare nel giardino in suo ricordo, come per lasciarmi un posto speciale tutto per me e per i momenti bui.

Ero una bimba difficile, piangevo spesso e per niente, non mangiavo e mia madre mi rincorreva per la casa e per le scale per farmi mangiare. A 10 anni ero già alta 162 cm ma pesavo solo 36 kg. Mia madre risparmiava ogni centesimo pur di farmi mangiare un po’ di carne, ma io odiavo la carne. Mia madre mi ci obbligava perché ero anemica ed ero già svenuta spesso ai bordi del tavolo. La esasperavo con il mio comportamento, per farla contenta masticavo la carne, ma invece di ingoiarla la sputavo e la lanciavo fuori della finestra non appena lei mi girava le spalle. Quando un giorno se ne accorse, esplose tutta la sua rabbia, mi inseguì fino in cantina, prese una scopa e me la spezzò sulla schiena, poiché ancora mi ribellavo si tolse uno zoccolo dal piede e cominciò a tirarmelo in testa, non contenta mi prese per i capelli, mi trascinò lunga e distesa per terra e mi pestò fino a farmi sanguinare. Poiché io strillavo e piangevo mi abbandonò li per terra e se ne tornò di sopra. Ho veramente creduto che volesse uccidermi quel giorno. Realizzai quanto odio lei nutrisse per me, quanto più importante fossero i soldi spesi in una fettina di carne di quanto non lo potessi essere io come essere umano. Ma qualche giorno dopo arrivò con le fialette di ferro acquistate in farmacia e senza aggiungere una parola mi disse di prenderle ogni giorno. Da quel momento non mi obbligò più a mangiare carne ed io fui felicissima di trangugiare le mie fialette.

Ho subito e superato di tutto, tutte fra le tragedie umane sopportabili e vivibili, tranne la guerra. Anche se sono convinta che prima di morire molto probabilmente vivrò anche quella esperienza, non è un pensiero solo mio, basta vedere l’andazzo delle cose nel mondo.

Ho perso molto, ho perso le cose più importanti della vita e in cambio però mi sono stati dati altri doni. Doni strani, spesso inverosimili. Un mio amico, una specie di guru che vive nel Tempio del Palazzo Reale a Bangkok, mi aveva predetto questo e molto altro ancora, altre due persone in Germania hanno visto questo in me, per un periodo anche una persona in Italia, che ora vive in Francia e che involontariamente ho deluso o ferito, mi aveva svelato una parte di me che non conoscevo. Evidentemente nella nostra esistenza c’è una continua ricerca di equilibrio. Qualunque cosa succeda.

Non ho paura della morte, anzi per certi versi la desidero. La vedo come la pace dei sensi e della nostra anima tormentata. Tutto tace, tutto si acquieta, tutto dorme. Il “per sempre” per me non esiste, esiste un qualcosa dopo la morte, come l’amore per esempio. Ma niente dura per sempre, neanche la morte.

(…)

2010©EmilianaDeFortis

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